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Lo stregone rinnova l’incantesimo: Roberto Boscaglia firma fino al 2028 sulla panchina della Sambenedettese

Foto di Valerio Fagioli

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ci eravamo lasciati con una salvezza miracolosa in quel 2-3 di Pesaro, una partita che per molti versi ha rappresentato il riassunto perfetto della stagione della Sambenedettese: sofferenza, cuore, paura, orgoglio e liberazione finale. Subito dopo, al “Riviera delle Palme”, avevamo raccolto in esclusiva le parole di mister Roberto Boscaglia, parole che oggi, alla luce della sua conferma ufficiale, assumono un peso ancora maggiore.

Dopo qualche settimana di pausa dalla fine del campionato, la Sambenedettese ha iniziato ufficialmente a programmare la stagione 2026/2027. Il primo tassello è stato messo al proprio posto: Roberto Boscaglia resterà sulla panchina rossoblù, con un contratto fino al 2028.

Una scelta importante, non banale, che dà un segnale preciso. La società ha deciso di ripartire da un allenatore esperto, abituato a lavorare in piazze esigenti e capace di leggere con lucidità le difficoltà vissute nella stagione appena conclusa. La conferma dello “Stregone” non è soltanto una questione tecnica: è anche una scelta di continuità, di metodo e, soprattutto, di responsabilità.

Proprio all’indomani della trasferta pesarese, Boscaglia ci aveva rilasciato dichiarazioni molto chiare: “A me piace giocare per vincere”. E poi aveva aggiunto: “Il mio modo di vedere il calcio non è quello di aspettare lì dietro l’errore dell’avversario per cercare di pareggiare o vincere una partita. Per me è stato un eccesso”.

Parole forti da parte dell’allenatore, che ha fatto capire quante difficoltà abbia incontrato con l’organico della stagione appena conclusa e quanto sia stato necessario mettere regole all’interno dello spogliatoio, regole che, come citato anche da lui stesso, prima non c’erano.

La Samb ha raggiunto la salvezza, ed è giusto riconoscerlo. Ma sarebbe un errore fermarsi soltanto al risultato finale. Perché una salvezza ottenuta all’ultima giornata, dopo mesi di sofferenza e incertezza, deve essere analizzata con lucidità. Festeggiare era doveroso, ma archiviare tutto troppo in fretta sarebbe pericoloso.

Provo a fare una breve analisi di quella che è stata l’annata appena passata. A mio modo di vedere, la squadra ha sempre dato il massimo impegno in campo: questo credo non si possa negare. I giocatori hanno lottato, hanno corso, hanno sofferto, hanno provato a difendere la categoria fino all’ultimo minuto. Ma nel calcio professionistico l’impegno, da solo, non basta. Serve qualità. Serve personalità. Serve esperienza. Serve capacità di gestire le partite, di leggere i momenti, di capire quando accelerare e quando rallentare.

Durante l’anno si è vista spesso una squadra generosa, ma anche fragile. Fragile tecnicamente, perché gli errori nei passaggi, nelle scelte, nelle uscite dal basso e nella gestione del pallone sono stati tanti. Fragile mentalmente, perché in alcuni momenti chiave è mancata quella sicurezza necessaria per indirizzare o chiudere le partite. Fragile nella personalità, perché troppo spesso la Samb ha dato l’impressione di subire gli eventi invece di governarli.

E qui bisogna essere chiari: non si tratta di puntare il dito contro il singolo calciatore. Il problema, secondo me, è stato più ampio. È stato un problema di costruzione della rosa, di equilibrio complessivo, di caratteristiche. Una squadra può anche avere giovani interessanti, giocatori generosi e profili tecnicamente validi, ma se manca una struttura forte, se mancano leader riconosciuti, se manca esperienza nei ruoli chiave, alla lunga le difficoltà emergono.

Quest’anno è mancata soprattutto esperienza in mezzo al campo e nei momenti decisivi. Non parlo solo di età anagrafica, ma di vissuto calcistico. Un calciatore esperto non è semplicemente uno che ha tanti anni di carriera alle spalle. È uno che sa cosa fare quando la partita si sporca, quando l’avversario alza il ritmo, quando il pubblico spinge, quando mancano dieci minuti e devi portare a casa un risultato.

Quando parlo di “furbizia”, mi riferisco proprio a questo. Penso, per esempio, agli ultimi minuti della gara pareggiata in trasferta contro il Bra. Chi ha giocato a calcio, o anche semplicemente chi lo segue da anni, sa bene che certe partite non vanno solo giocate: vanno gestite. Bisogna saper perdere tempo quando serve, bisogna saper guadagnare falli, bisogna saper spezzare il ritmo, bisogna capire quando buttare via un pallone e quando invece tenerlo. Sono dettagli, ma spesso sono proprio i dettagli a fare la differenza tra un punto e tre punti, tra una salvezza tranquilla e una stagione vissuta con l’acqua alla gola.

Ripensandoci, quest’anno è stata fatta tanta esperienza, sia come rosa sia come società, pur trattandosi della prima stagione. Ora, però, c’è bisogno di alzare il livello e di passare alla pratica. La stagione 2025/2026 deve diventare una lezione. Per la squadra, per la società, per l’ambiente e anche per la tifoseria. È stata un’annata dura, logorante, a tratti folle. Una di quelle stagioni che ti consumano, ma che possono anche aiutarti a crescere se hai l’umiltà di capirne gli errori.

Nella stagione 2026/2027 non mi aspetto salti mortali dall’oggi al domani, ma sicuramente un salto di qualità sì: in termini di soci, dirigenti e calciatori. Nessuno pretende che la Sambenedettese passi in pochi mesi da una salvezza sofferta a un dominio assoluto del campionato. Sarebbe poco realistico. Però un salto di qualità è doveroso. Lo è per la piazza, lo è per la storia del club, lo è per i tifosi, lo è per chi ogni domenica segue questi colori con passione e sacrificio.

Non possiamo permetterci di replicare un’annata come quella del 2025/2026. Per i tifosi è stata una follia, già soltanto viverla. La Serie C è un campionato difficile, competitivo, pieno di insidie. Salvarsi all’ultimo respiro non può diventare una normalità. San Benedetto merita una squadra credibile, organizzata e costruita con criteri chiari.

Cosa serve per la nuova stagione sportiva? Naturalmente vi propongo il mio punto di vista, spiegando punto per punto.


1. Nuovi soci e nuove risorse economiche

Il primo tema è quello societario. La Sambenedettese non rappresenta una realtà paragonabile a quelle delle grandi città come Milano, Torino, Roma o Napoli. San Benedetto ha una propria identità, una propria forza e una propria storia, ma oggi il calcio richiede strutture economiche solide, programmazione e capacità di attrarre risorse.

Per questo credo sia necessario allargare la veduta con l’obiettivo di portare qualcosa di nuovo, coinvolgere nuove aziende anche al di fuori di San Benedetto e aggregare nuove figure già formate calcisticamente all’attuale proprietà, alle giuste condizioni.

Il presidente è stato chiaro pubblicamente, dichiarando che un’altra stagione da solo non riuscirebbe a sostenerla. Questa dichiarazione non va letta come un segnale di debolezza, ma come un richiamo alla realtà. Il calcio professionistico costa. Costa mantenere una rosa competitiva, costa organizzare una società, costa strutturare un settore giovanile, costa avere figure qualificate nei ruoli chiave.

Il mio augurio è che qualcuno di affidabile possa affiancare la famiglia Massi. Ma attenzione: non basta trovare nuovi soci. Bisogna trovare persone serie, competenti, solide e realmente interessate al progetto Samb. La storia recente del calcio ci insegna che non tutti gli ingressi societari portano benefici. Servono risorse, sì, ma servono soprattutto garanzie, chiarezza e visione.

La Samb ha bisogno di stabilità. Ha bisogno di una società che non viva alla giornata, ma che sappia programmare almeno nel medio periodo. La conferma di Boscaglia fino al 2028 può avere senso solo se intorno all’allenatore viene costruito un progetto coerente. Altrimenti il contratto lungo rischia di restare soltanto un segnale formale, senza contenuto reale.


2. Giocatori esperti

È sotto gli occhi di tutti: abbiamo bisogno di calciatori che conoscano bene la categoria e che abbiano “mangiato l’erba” dei campi importanti della Serie C. Giocatori abituati ai ritmi, ai duelli, alle pressioni e alle difficoltà di un campionato in cui spesso la differenza la fanno i dettagli.

La politica dei giovani, alla lunga, abbiamo visto che non ha funzionato. Non perché i giovani non servano, sia chiaro. I giovani servono eccome, ma devono essere inseriti dentro una struttura forte. Un ragazzo può crescere se accanto ha compagni esperti, se entra in un gruppo solido, se viene protetto nei momenti complicati e responsabilizzato gradualmente. Se invece una squadra è troppo giovane, troppo inesperta e poco guidata, il rischio è che i giovani vengano bruciati invece che valorizzati.

E qui mi ricollego alle parole di mister Boscaglia nella trasmissione “Ritmo di Samb”: “Con me il giovane gioca se è bravo. Non perché è giovane”.

È una frase che mi ha fatto riflettere e, per quanto mi riguarda, l’allenatore ha assolutamente ragione. Nel calcio professionistico non può bastare la carta d’identità. Non si gioca perché si è giovani, così come non si gioca solo perché si è esperti. Si gioca perché si è pronti, perché si dà affidabilità, perché si è utili alla squadra. Il merito deve venire prima di tutto.

C’è poco da discutere: se sei pronto, trovi spazio; altrimenti stai in panchina. Potrei aprire anche il discorso sulla Nazionale e sul sistema calcistico italiano, ma ve lo risparmio.

Se vogliamo trovare un giusto compromesso, credo che la rosa della prossima stagione dovrebbe essere composta per l’80% da giocatori esperti — quindi titolari e sostituti all’altezza, capaci di entrare a partita in corso — e per il 20% da giovani locali per crescerli e prepararli al contesto nel medio/lungo termine.

Questo non significa chiudere la porta ai ragazzi. Al contrario, significa metterli nelle condizioni migliori per crescere. Un giovane buttato dentro una squadra in difficoltà rischia di pagare colpe non sue. Un giovane inserito in un gruppo forte, invece, può migliorare, imparare e diventare davvero patrimonio della società.


3. Dirigenza esperta

La tifoseria lo ha chiesto anche con uno striscione. Nulla contro gli attuali dirigenti, che hanno sicuramente a cuore la Samb, ci mancherebbe. Chi lavora per questi colori merita rispetto, soprattutto in un contesto complicato come quello appena vissuto.

Tuttavia, credo ci sia bisogno di figure dirigenziali con maggiore esperienza anche sotto questo profilo e che possano aiutare a strutturare e organizzare al meglio la società. Il calcio professionistico richiede competenze specifiche, conoscenza della categoria e capacità di prevenire i problemi prima ancora che esplodano.

Una società ambiziosa non può basarsi soltanto sulla passione. La passione è fondamentale, ma deve essere accompagnata da competenza. Servono figure che conoscano i regolamenti, il mercato, le dinamiche dello spogliatoio, i rapporti con procuratori, club, istituzioni e federazioni. Serve una struttura che sappia dividere bene i ruoli, prendere decisioni rapide e assumersi responsabilità.

Penso che un direttore generale affermato e conoscitore della categoria possa darci una grossa mano. Una figura del genere non servirebbe solo per “fare mercato”, ma per organizzare il club nel suo insieme. Per dare metodo, ordine, procedure e visione. Per aiutare la proprietà a non trovarsi sola nelle decisioni più delicate.

Allo stesso modo, serve chiarezza anche nell’area tecnica. Allenatore, direttore sportivo e società devono parlare la stessa lingua. Non si può costruire una rosa senza sapere quale calcio si vuole fare. Se Boscaglia vuole una squadra propositiva, aggressiva, capace di giocare per vincere, allora i calciatori devono essere scelti in base a quell’idea. Non basta prendere nomi importanti: bisogna prendere profili funzionali.

La programmazione vera nasce da qui: identità tecnica, ruoli definiti, competenze chiare e scelte coerenti.


4. Valorizzazione del settore giovanile

Abbiamo tanti ragazzi validi di San Benedetto e dei dintorni: non facciamoceli scappare. Ragazzi che amano la Samb, che sognano di indossare quella maglia, che conoscono il peso di quei colori perché magari sono cresciuti sugli spalti del Riviera.

Valorizzare il settore giovanile non significa soltanto dire che i giovani sono importanti. Significa investire davvero su di loro. Significa avere tecnici preparati, strutture adeguate, percorsi chiari, scouting territoriale, rapporti con le società locali e una linea diretta tra vivaio e prima squadra.

Diamo loro priorità, possibilità di fare nuove esperienze, di giocare sotto età, di confrontarsi con altre realtà. Bisogna educare un ragazzo e formarlo per la prima squadra e per il professionismo. Un giovane va accompagnato, non solo osservato. Va aiutato a crescere tecnicamente, mentalmente e caratterialmente.

Un ragazzo deve imparare cosa significa allenarsi con serietà, rispettare le regole, curare i dettagli, gestire le pressioni, migliorare ogni giorno. Il salto tra settore giovanile e prima squadra è enorme, e proprio per questo va preparato con metodo.

La Samb dovrebbe diventare un punto di riferimento per i giovani del territorio. Non solo una prima squadra da tifare, ma una società in cui un ragazzo possa immaginare un percorso reale. Questo darebbe identità, appartenenza e anche valore economico al club.

Naturalmente non tutti arriveranno in prima squadra. È normale. Ma se anche solo alcuni giovani locali riuscissero a crescere, ad allenarsi stabilmente con i grandi, a debuttare e magari a diventare risorse vere, sarebbe un successo per tutti.

La valorizzazione del vivaio, però, non deve essere confusa con l’obbligo di far giocare i giovani a prescindere. Anche qui vale lo stesso principio espresso da Boscaglia: gioca chi è pronto. Il compito della società è fare in modo che più ragazzi possibile diventino pronti.


5. Mentalità: meno paura, più ambizione

Aggiungerei anche un quinto punto: la mentalità. La prossima Samb deve avere meno paura. Non parlo di presunzione, ma di consapevolezza. Una piazza come San Benedetto non può vivere ogni partita come se fosse sempre sull’orlo del precipizio.

Serve una squadra che entri in campo con l’idea di giocarsela. Che sappia soffrire, certo, ma che non rinunci alla propria identità. Che sappia difendersi quando serve, ma senza trasformare la prudenza in paura. Che abbia coraggio nelle scelte, nella costruzione del gioco, nell’atteggiamento.

Boscaglia, da questo punto di vista, è stato chiaro. Il suo calcio non è attendista per natura. Non vuole una squadra che aspetta solo l’errore dell’avversario. Vuole una squadra che provi a comandare, che abbia personalità, che sappia cercare la vittoria.

Per farlo, però, servono giocatori adatti. Servono centrocampisti capaci di gestire il pallone, difensori che sappiano reggere campo, attaccanti che abbiano peso, esterni che sappiano saltare l’uomo, alternative vere in panchina. L’idea di gioco non può vivere da sola: ha bisogno di interpreti.


Conclusioni

Il futuro della Samb passa anche da qui: da una società più strutturata, da una rosa più esperta, da una dirigenza più preparata, da un settore giovanile valorizzato e da una mentalità più ambiziosa.

La conferma di Boscaglia rappresenta un punto di partenza importante. Non è un dettaglio. Ripartire da un allenatore che conosce già l’ambiente, che ha vissuto le difficoltà della stagione appena conclusa e che ha espresso con chiarezza la propria idea di calcio può essere un vantaggio. Ma ora viene la parte più delicata: dare continuità alle idee e trasformarle in scelte concrete.

La Sambenedettese arriva da una stagione complicata, vissuta spesso sul filo, che ha lasciato insegnamenti importanti a tutti: società, squadra, ambiente e tifoseria. Sarebbe un errore non farne tesoro. Non si tratta di puntare il dito contro qualcuno, né di chiedere rivoluzioni immediate, ma di capire con lucidità dove si può e dove si deve migliorare.

Questa piazza ha dimostrato ancora una volta attaccamento, pazienza e passione. Anche nei momenti più difficili, il popolo rossoblù ha continuato a seguire la squadra, a sostenerla, a soffrire insieme a lei. Proprio per questo merita una programmazione più solida, una struttura più definita e una squadra costruita con criteri chiari.

La conferma dell’allenatore va in questa direzione, ma da sola non può bastare. Un tecnico può incidere, può dare idee, può mettere regole, può migliorare i giocatori. Ma se intorno non c’è una società organizzata, se il mercato non segue una logica, se le risorse sono limitate e se la struttura non cresce, anche il miglior allenatore rischia di trovarsi con le mani legate.

Ai tifosi spetta il compito di restare vicini alla Samb, senza perdere però quello spirito critico che nasce dall’amore per questi colori. Perché criticare non significa remare contro. Significa pretendere rispetto per una maglia, per una storia, per una città. Alla società, invece, spetta il compito più difficile: dare risposte con i fatti, scegliendo con attenzione le persone, i profili e la strada da seguire.

La domanda, in fondo, è semplice ma decisiva: quale Sambenedettese vogliamo costruire per il futuro?

Una Samb che si accontenta di sopravvivere o una Samb che prova gradualmente a crescere?

Una Samb che archivia in fretta gli errori o una Samb che li studia per non ripeterli?

Una Samb che vive alla giornata o una Samb che programma davvero?

Una società che impara dalle difficoltà può crescere davvero. Una società che le archivia troppo in fretta, invece, rischia di ritrovarsi davanti agli stessi problemi. E dopo un’annata così intensa, nessuno — né dentro né fuori dal campo — può permettersi di ignorare i segnali ricevuti.

Ora serve equilibrio, ma anche coraggio. Serve pazienza, ma anche ambizione. Serve sostegno, ma anche chiarezza. Serve realismo, ma anche visione.

Perché San Benedetto non chiede promesse irrealizzabili. Non chiede proclami, non chiede illusioni, non chiede voli pindarici. Chiede soltanto una Samb credibile, organizzata e all’altezza della passione che ogni domenica la accompagna.

E dopo la salvezza di Pesaro, dopo le sofferenze vissute, dopo le parole di Boscaglia e dopo la sua conferma, il momento delle riflessioni deve lasciare spazio ai fatti.

La nuova stagione è già iniziata. Adesso bisogna dimostrare di aver capito davvero la lezione.

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