Nel mondo dello sport di alto livello c’è un’inespressa ma rigida regola non scritta: l’atleta deve mostrarsi invulnerabile. Quando le luci dei palazzetti si spengono e i riflettori si attenuano, però, la prestazione lascia il posto all’uomo. Le recenti e trasparenti dichiarazioni di Giovanni Maria Gargiulo, centrale della Cucine Lube Civitanova, riportano al centro del dibattito un tema cruciale troppo lungo relegato ai margini: la salute mentale negli atleti professionisti.
Il racconto di Gargiulo è lucidissimo. In campo la concentrazione agonistica copriva le crepe, ma a casa emergevano sbalzi d’umore, episodi di pianto incontrollato, insonnia e senso di nausea. Un contrasto netto tra l’efficienza richiesta dalla SuperLega e un malessere interiore pronto a esplodere non appena si rimani soli con i propri pensieri.
Abbattere il tabù del silenzio
“Spero che le mie parole possano servire a chi vive momenti simili. Chiedere aiuto mi ha salvato”. Questa frase di Gargiulo rappresenta una spinta importante per il movimento sportivo. Per anni, ammettere una fragilità emotiva o psicologica è stato erroneamente equiparato a una debolezza agonistica o a una mancanza di tempra.
La testimonianza del centrale bianconero dimostra l’esatto contrario: riconoscere il proprio stato e comunicarlo richiede più coraggio di una schiacciata nei momenti decisivi di un tie-break. Negli ultimi anni, grandi campioni internazionali — da Simone Biles a Naomi Osaka — hanno iniziato a scardinare questa narrazione tossica, ma vedere una figura della pallavolo italiana esporsi con tale candore ha un peso specifico immenso per il nostro territorio e per i giovani atleti.

Il ruolo decisivo di club e staff: la cultura della tutela
C’è un altro aspetto fondamentale nel racconto di Gargiulo: la risposta dell’ambiente circostante. Quando il centrale ha manifestato la necessità di fermarsi prima della tappa di Volleyball Nations League, ha trovato ascolto immediato nel CT azzurro Ferdinando De Giorgi, in Marco Meoni, nel compagno di squadra Marko Podrascanin e nella dirigenza della Lube Volley.
Nessuna pressione, nessuna stigmatizzazione, ma supporto umano e professionale. Questo passaggio traccia un confine netto tra un’organizzazione sportiva matura e una incentrata solo sul profitto della prestazione. Offrire agli atleti percorsi di sostegno psicologico e uno spazio sicuro in cui esprimere il disagio non è un optional facoltativo, ma una componente essenziale della preparazione atletica e della tutela della persona.
Un messaggio per le nuove generazioni
Il ritorno di Giovanni Gargiulo ai ritmi di preparazione pre-campionato con la Lube è un’ottima notizia per la pallavolo marchigiana, ma la sua testimonianza va oltre il rettangolo di gioco. Ricorda a chiunque pratichi sport, a livello giovanile, dilettantistico o professionistico, che la ricerca del benessere mentale non deve mai essere subordinata al risultato. Esprimere un malessere non è una resa, ma il primo passo obbligato per tornare a stare bene.

